Seminario di ermeneutica Magistri sine registro

Nell’ambito delle attività “Magistri Sine Registro” il Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale e l’Associazione “Paideia” promuovono due giornate di studio dove esperti affermati e giovani studiosi, con un approccio estremamente interdisciplinare, si interrogano sulla metodologia delle scienze umane.

Interventi di: F. Addeo, R. Bichi, F. Brezzi, G. Camassa, F. Denunzio, A. Di Benedetto,  P. Di Nicola, A. Fasanella, A. Ferrara, L. Frudà, R. Gritti, G. Losito, F. Mattioli, M. Morcellini, F. Parziale, M. Prospero, G.C. Romagnoli, F. Rositi, C. Ruggiero, A. Santambrogio, R. Serpieri.

I seminari si terranno

  • “Ideologia, Ideologie” – Venerdì 23 ottobre, dalle 10:00 alle 17:30 in Aula Oriana (piano terra) Via Salaria 113.
  • “Integralismi e Dialogo” – Venerdì 30 ottobre, dalle 10:00 alle 17:30 in Aula Oriana (piano terra) Via Salaria 113.

Le iscrizioni sono obbligatorie (numero chiuso) e gratuite.

Per informazioni e iscrizioni: paolo.montesperelli@uniroma1.it

Il programma dei Seminari

Ferrarotti non abilitato ovvero perché chi può fugge dall’Università italiana

Nel Gruppo Facebook “Tutto quello che vorreste sapere sull’ASN. Il racconto dei sociologi” è stata documentata la composizione delle commissioni delle due prime tornate delle Abilitazioni Scientifiche Nazionali nelle discipline sociologiche, le “appartenenze” accademiche dei candidati abilitati e la straordinaria coincidenza di un’alta percentuale di commissari e di candidati abilitati con i componenti dei comitati di certe riviste (in particolare quelle del Mulino, tutte tempestivamente collocate in classe A ai fini concorsuali, compresa la più recente, solo telematica, da un piccolo gruppo di lavoro il cui decano era stato presidente dell’associazione “Il Mulino”, nonché direttore di due sue riviste). » ( Leggi tutto Ferrarotti non abilitato ovvero perché chi può fugge dall’Università italiana… )

Chi ha vinto?

Il  primo esperimento di abilitazione nazionale si è chiuso – almeno per quanto riguarda la sociologia generale – con un pugno di abilitati e molte polemiche. Vincitori, però, neanche uno: non solo per la buona ragione che non si trattava di un concorso (differenza che è andata forse sbiadendo durante il percorso), ma soprattutto perché nessuno dei molti protagonisti della vicenda – i candidati, il ministero, la commissione,  la “comunità”  sociologica, in definitiva il Paese  – può esibire  a cose fatte un bilancio in attivo.

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Il ruolo delle società scientifiche nel nuovo quadro istituzionale. L’Associazione Italiana di Sociologia di fronte alle nuove responsabilità collettive

L’Associazione Italiana di Sociologia (AIS) organizza venerdì 21 novembre 2014, ore 10.00, nell’ Aula Oriana del Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale (via Salaria 113, Roma) una giornata di approfondimento e dibattito sui temi della Valutazione della Qualità della ricerca e sull’Abilitazione Scientifica Nazionale, rispetto ai quali negli ultimi mesi ha avviato uno stabile confronto, assieme alle altre associazioni dell’Area CUN 14 “Scienze politiche e sociali” con i principali interlocutori nazionali, a partire dal Miur.

Le nuove e importanti prospettive che ne sono emerse e che attengono, in particolare, al ruolo e capacità di intervento delle associazioni scientifiche impongono una condivisa riflessione, a partire dal lavoro svolto dall’AIS con i suoi organi e tavoli di lavoro, da estendere alle altre associazioni e alla comunità scientifica. Fra le questioni che saranno discusse e per le quali il dibattito è finalizzato alla definizione di proposte operative, oltre alla VQR e all’ASN, il rating delle riviste e la valutazione dei dottorati.

Per partecipare si prega di segnalare la propria presenza alla segreteria dell’Associazione, scrivendo a segreteria@ais-sociologia.it.

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Il PIC come punto di incontro di un rinnovato patto associativo

Contributo all’aggiornamento della carta dei valori

Approvato all’unanimità  durante l’assemblea PIC3 – Milano, 26 settembre, ore 17.00 – Aula C 016

1. Lo sviluppo della sezione ”Processi e istituzioni culturali” nell’ultimo ventennio
Partiamo dai dati. La Sociologia italiana, fino a vent’anni fa, presentava alcune caratteristiche che sembravano stabilizzate in termini di distribuzione della popolazione accademica: si concentrava essenzialmente sulla cosiddetta Sociologia generale; la seconda tematizzazione disciplinare era quella dei Processi economici e del lavoro e solo al terzo posto, alquanto distanziati, si posizionavano i Processi culturali, che pure all’epoca includevano quelli cosiddetti “normativi” (e cioè le giuridiche). Al di là di queste tre grandi macroappartenenze, gli altri settori apparivano abbastanza secondari, anche se non pericolosamente residuali quanto quelli di oggi: si tratta delle sezioni di Processi politici, Ambiente e Territorio, Diritto, Criminologia.

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Castigatori di se stessi: l’ASN in cifre

La riflessione di Enzo Campelli ha avuto il merito di avviare in questa sede una lucida e rigorosa  riflessione sull’Abilitazione Scientifica Nazionale mettendone in luce alcuni gravi elementi di criticità. Dal canto mio, mi limiterò a presentare un primo monitoraggio dei risultati finora resi pubblici fornendo una serie di dati a beneficio di chi vorrà sviluppare ulteriori riflessioni. Nel momento in cui scrivo sono state pubblicate sul sito http://abilitazione.miur.it/public/pubblicarisultati.php le valutazioni relative a 82 settori concorsuali su un totale di 184, quasi il 45%. Alcune tendenze si cominciano già a delineare con una certa chiarezza.

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Narrazioni dell’incertezza: società, media, letteratura – Call for abstracts

L’unità di ricerca di Sociologia dei processi culturali e comunicativi del Dipartimento di Scienze filosofiche, educative ed economico-quantitative dell’Università degli studi “G. d’Annunzio” di Chieti-Pescara promuove un confronto scientifico aperto a studiosi e ricercatori impegnati nel campo degli studi sociali applicati alla letteratura. Si intende, in altri termini, aprire all’interno della sociologia un varco volto a riflettere sulle possibili e auspicabili convergenze tra letteratura e società nell’era delle accelerazioni tecnologiche e della provvisorietà valoriale della post-modernità.
Accanto, dunque, alle modalità e alle strategie di promozione del confronto letteratura/società, l’attenzione scientifica sarà posta sul contributo che intellettuali e letterati (non solo italiani) hanno esercitato sullo sviluppo dell’industria culturale tra Otto e Novecento in ambito editoriale, giornalistico, televisivo, cinematografico, radiofonico, multimediale.
Prima occasione di discussione dei risultati della ricerca sarà il convegno di studio dal titolo “Narrazioni dell’incertezza: società, media, letteratura”, previsto nei giorni 6-7 ottobre 2014, promosso dall’unità di ricerca di Sociologia dei processi culturali e comunicativi dell’Università “G. d’Annunzio” di Chieti/Pescara.
Finalità scientifica del convegno è interpretare i mutamenti socioculturali contemporanei alla luce delle proposte metodologiche fornite dalla sociologia della letteratura, nella prospettiva di ricondurre le narrazioni esperienziali (collettive e individuali) nell’alveo dei processi culturali e comunicativi tipici della modernità e della post-modernità.
L’indagine sull’evoluzione dei linguaggi espressivi e degli universi simbolici codificati dalla comunicazione letteraria consente di analizzare da vicino i consumi culturali di un pubblico in costante divenire, che vede nel prodotto culturale uno strumento di evasione sempre più dinamico ma contingente. Di qui l’impegno di molti scrittori, artisti, letterati, intellettuali, che con la loro attività professionale hanno contribuito (in fasi e modalità diverse) allo sviluppo dell’editoria, del giornalismo, del cinema, della radio, della televisione, rivelando abilità non comuni nell’intercettare e interpretare le istanze di evasione del pubblico multiforme della società mediale.
Il tutto secondo un approccio metodologico dinamico e multidisciplinare, in grado di indagare le ragioni profonde del nesso tra innovazione tecnologica, mutamento socioculturale ed evoluzione dei paradigmi narrativi, partendo dalla diffusione del giornale come medium di massa nella fase aurorale degli stati nazionali, fino all’affermazione della rete come piattaforma comunicativa globalizzata.
Il convegno è promosso in continuità con il seminario di studio su “Letteratura, società e nuovi media: gli scenari della narrazione”, svoltosi a Chieti il 16 maggio 2013 (programma in allegato) e si svolgerà il 6 e 7 ottobre 2014 (programma in allegato)

Gli autori interessati a presentare un contributo possono inviare, entro il 20 marzo 2014, titolo e abstract del paper, che non potrà superare le 3mila battute (spazi inclusi).

Per informazioni e invio delle proposte:
Andrea Lombardinilo
Dipartimento di Scienze Filosofiche, pedagogiche ed economico-quantitative
Università degli Studi “G. d’Annunzio” – Chieti/Pescara
email: a.lombardinilo@unich.it

Marco Bruno
Dipartimento di Comunicazione e ricerca sociale
Sapienza Università di Roma
email: marco.bruno@uniroma1.it

La parabola del meritocrate immeritevole

Un buon capro espiatorio
vale quasi quanto una soluzione

A. Bloch

C’era una volta la meritocrazia, o almeno c’era la volontà di affermarla, o forse soltanto la corsa a esserne ricordati come i promotori. C’era bisogno di qualità e di merito nell’università – si proclamava all’unisono nei palazzi della politica, sulla stampa che conta, tra gli accademici più meritevoli e baldanzosi. Qualcuno – di sicuro uno stravagante pieno di ubbie che si ostinava a richiamarsi ai dati – protestava che da anni l’antica istituzione era sistematicamente bersagliata da sanguinosi tagli ai finanziamenti, che l’Italia era solo 23a su 33 tra i paesi OCSE quanto a spesa annua per studente universitario(1) e che era diventata, tra i paesi industrializzati, quello con il peggior rapporto studenti-docenti(2), nonostante il minor numero di studenti universitari (47% a fronte di una media europea del 70%) (3). Tali dettagli, però, vennero giustamente tralasciati come irrilevanti e pretestuosi, poiché fu immediatamente chiaro a tutti che il merito della questione universitaria consisteva essenzialmente nella questione del merito degli universitari, e che questo era l’autentico problema da affrontare.
Sennonché, non sapendo di preciso come instaurare il merito nell’università, il legislatore cominciò a istituire nel frattempo un’agenzia che l’avrebbe instaurato: l’ANVUR. E presto questa nuova agenzia si mise alacremente al lavoro per assicurare finalmente all’università il dominio della meritocrazia.
Una ministra (neanche a dirlo) meritocratica, si affrettò a riformare le diverse recenti riforme universitarie promosse da precedenti ministri non meno meritocratici di lei. Insomma, l’università italiana divenne in quel tempo un laborioso cantiere, dove gli ingegni più preclari e meritevoli si affannavano a cercare l’araba fenice della qualità e del merito. Tra le idee più meritevoli che vennero in mente a quei meritevoli nel perseguire il merito, merita di essere segnalata quella di chi immaginò che occorresse riverniciare l’università italiana con una meritevole passata di internazionalizzazione. Eureka! Finalmente fu trovata l’equazione fondamentale della qualità scientifica: ciò che era internazionale, doveva essere necessariamente meritevole.
Fedele a questa nuova filosofia la legge della meritevole ministra previde che d’ora in avanti le commissioni esaminatrici per l’attribuzione dell’idoneità scientifica avrebbero dovuto comprendere un membro di un paese OCSE, diverso dall’Italia. Finalmente il competente occhio internazionale di un meritevole studioso straniero avrebbe vigilato sulla qualità del nostro sistema universitario e tutti quanti sarebbero stati più tranquilli. I commissari OCSE, per il solo fatto di essere internazionali, non potevano non essere meritevoli e avrebbero certamente irradiato il loro merito anche su coloro che avessero concorso ad abilitare.
E così fu.


Tutti ebbero finalmente la loro meritocrazia. Il legislatore poté vantarsi di essere riuscito ad introdurre il merito nell’università italiana. I sagaci e meritevoli ingegni dell’ANVUR meritarono consistenti emolumenti per aver reso possibile questo nuovo miracolo italiano, e frotte di nuovi abilitati poterono esibire la propria idoneità come una meritata certificazione di meriti acquisiti.
Ma, proprio nel momento in cui l’ordine della meritocrazia sembrava essere ormai stabilito anche nel nostro paese, ecco che improvvisamente un giudice di merito (ma certamente non meritevole) ebbe sorprendentemente ad eccepire che il commissario OCSE, per poter essere considerato meritevole di giudicare i candidati, avrebbe dovuto avere un curriculum congruente con il settore concorsuale in cui era chiamato ad operare. Pare che il giudice si fosse ingenuamente (o forse capziosamente) convinto che, in base al dettato normativo, i commissari internazionali che nel proprio paese insegnavano una certa disciplina avrebbero dovuto esercitare la loro attività di commissari in Italia proprio in quella disciplina. Addirittura, rilevava che fosse compito dell’ANVUR assicurare che gli aspiranti commissari fossero scelti tra studiosi in possesso di un curriculum coerente con il settore concorsuale in cui sarebbero stati impiegati (4). Ovviamente queste ridicole posizioni erano figlie di formalismo e di provincialismo (antichi vizi italici), ed auspicabilmente destinate ad essere spazzate via dal vento della modernità e dell’internazionalizzazione. In un paese serio, infatti, la questione del merito è prioritaria su ogni questione di merito, e l’assurda pretesa della pertinenza disciplinare non merita neanche di essere presa in considerazione.
Ma si sa che – se l’Italia è il paese sottosviluppato e immeritevole che è – è proprio perché c’è sempre qualcuno pronto a cavillare con formalismi giuridici. E purtroppo i sofismi fanno presto a incrinare anche le iniziative più meritevoli. Fu così che il dominio della meritocrazia cominciò ad essere ingiustamente sabotato prima ancora di essere implementato. Colpa dei soliti gufi e rosiconi – potrebbe dire (se solo ci pensasse) l’ultimo epigono di una lunga schiera di illuminati e meritevoli modernizzatori del nostro paese…

Non è una storia di fantasia. Il TAR del Lazio, relativamente alla tornata ASN 2012, ha pronunciato un buon numero di sentenze di annullamento fondate sull’illegittimità della commissione giudicante per il settore 12/A1 (Diritto privato). Nel ‘merito’, il componente OCSE della commissione – José Miguel Embid dell’Università di Valencia – è un professore di diritto mercantile (macrosettore 12/B, settore 12/B1 “Diritto commerciale e della navigazione”) e dunque estraneo sia al settore concorsuale 12/A1 che al macrosettore 12/A “Diritto privato”. Insomma, il prof. Embid non poteva far parte della commissione. Ed essendo quest’ultima un ‘collegio perfetto’, i giudizi finali da essa prodotti – in ben due  tornate di Abilitazione Nazionale – potrebbero essere illegittimi e, dunque, annullati (5).
Il caso non sembra isolato. Un ricorso per il settore concorsuale 14/D1 (Sociologia dei processi economici, del lavoro, dell’ambiente e del territorio), relativamente al quale il Consiglio di Stato ha ordinato al TAR di procedere ad una sollecita fissazione dell’udienza di merito, presenta le stesse motivazioni delle sentenze relative a Diritto privato: il commissario OCSE, il prof. Federico Varese, docente presso l’Università di Oxford, insegna Criminologia, che è materia evidentemente estranea al settore concorsuale 14/D1. Anche in questo caso la nomina di un componente risulterebbe illegittima. Pertanto, sono a rischio la validità della composizione della commissione e di tutte le azioni da essa compiute (6).
In breve, sembrerebbe che con l’abilitazione scientifica nazionale 2012-2013 un considerevole numero di candidati abbia attraversato lo specchio per trovare e sperimentare la condizione di non-abilitati da una non-commissione.
Non disponendo della penna di Lewis Carroll, ci limiteremo a ricordare che il paradosso di non saper/voler distinguere settori e macrosettori, persino nel compito – che apparirebbe tutto sommato semplice – di nominare 5 componenti per una commissione, è soltanto l’ultima, sconcertante vicenda di una ormai lunga serie di sviste, errori, e ardite ‘invenzioni’ meritocratiche e meritometriche – mediane, classificazione delle riviste, VQR – che tutte si sono rivelate inaffidabili scientificamente per le tecniche di valutazione adottate, ben lontane dalle migliori prassi internazionali, enormemente disfunzionali sul piano operativo ma, più di tutto, evidentemente aliene da ogni criterio di efficienza/efficacia sul piano dell’attuazione.
A questo punto sembrerebbe appropriata una domanda: e se il problema della mancanza di merito riguardasse, innanzitutto, proprio l’agenzia incaricata di promuovere il merito?
In fin dei conti, per essere un ente che avrebbe dovuto promuovere la meritocrazia operando «secondo principi di imparzialità, professionalità, trasparenza e pubblicità degli atti» (7), l’Anvur ha dato prova di operare in modo tutt’altro che professionale e meritevole. Di certo non sembra meritevole aver elaborato criteri come le ‘mediane’, così poco adeguati da essere sconfessati subito dopo la loro promulgazione (8), oppure aver istituito una lista di riviste che ha provocato ilarità (9), anche in molte sedi internazionali (10) o, appunto, non essere stati in grado neanche di allestire una lista di commissari OCSE nelle modalità stabilite dalla legge.
Sicuramente questi sono rilievi cruciali e, altrettanto sicuramente, la questione della valutazione dei valutatori va posta con forza sul terreno culturale e politico (11). Nondimeno nell’ultima parte di questo articolo vorremmo distogliercene, per concentrarci invece su come l’agenzia sembri essere stata messa al governo di un dispositivo (in senso foucaultiano) che promette di premiare la ‘qualità’ senza tuttavia mettere a disposizione – e anzi sottraendo – le risorse (umane, economiche, di tempo) necessarie a raggiungere gli obiettivi che esso stesso pone.
Non è un mistero né una novità che il lavoro quotidiano degli universitari sia caratterizzato dalla costante instabilità e incertezza delle risorse economiche, dalla crescente penuria di tempo a disposizione per la ricerca, in sedi che si vanno spopolando di personale di ruolo.
Non è un mistero né una novità che la quota di finanziamento ordinario destinata all’università sia diminuita di oltre il 12% dal 2009 (tra il 2009 e il 2013, di «1,1 miliardi in termini nominali, di cui circa 800 milioni per le risorse destinate al funzionamento del sistema e 260 per borse di studio post laurea e sostegno del diritto allo studio» (12).
Non è un mistero né una novità che nel 2010 l’Italia si collocava al 32° posto su 32 tra i paesi OCSE nel rapporto tra spesa pubblica nell’istruzione e spesa pubblica complessiva, e che era 31° su 33 per spesa pubblica complessiva in formazione in rapporto al PIL (13).
Oggi la nostra spesa per l’università è pari allo 0,43% del PIL a fronte dell’1,5% di Francia e Germania (14) .In queste condizioni le risorse economiche per l’acquisto di libri o per l’abbonamento alle riviste, così come per i laboratori, per i materiali di consumo, per le collaborazioni, per le tante attività di ‘supporto’ alla ricerca (laboratori linguistici, tecnici, ecc.) si avvicinano pericolosamente allo zero in moltissimi Atenei. E come sa bene chiunque viva la vita quotidiana dell’università né la didattica né la ricerca potrebbero proseguire senza massicce dosi di lavoro volontario e non pagato.
Non a caso, le uniche azioni di lotta e di protesta che gli universitari vanno da diversi anni minacciando (ma mai attuando) riguardano l’osservanza minuziosa, e dunque paralizzante, di leggi e regolamenti: non eccedere le ore di attività didattica frontale prescritte per legge per i professori; non accettare la titolarità di corsi, cui per legge non sono tenuti, per i ricercatori a tempo indeterminato; o la titolarità di corsi non coperti da altri docenti per i ricercatori a tempo determinato; cessare le attività di tipo burocratico-gestionale al di fuori dalle proprie mansioni, competenze e tempi di lavoro. Per non parlare dell’enorme ‘zona grigia’ dei docenti a contratto e delle mansioni ‘non di ricerca’ svolte da dottorandi, assegnisti e borsisti (15).
Il tutto mentre la riduzione delle risorse per l’università si traduce quasi esclusivamente nella riduzione del personale e nel blocco delle progressioni stipendiali (16).
Così, mentre un rapporto dettagliato della Commissione Europea precisava che nel 2007 le nostre università corrispondevano retribuzioni che, a parità di potere d’acquisto, erano circa la metà di quelle dei pari grado di Austria e Svizzera, due terzi di quelle del Regno Unito e un po’ inferiori a quelle dell’India (17), le recenti disposizioni meritocratiche non hanno migliorato la situazione.
Le progressioni stipendiali sono ormai tutte esplicitamente legate al ‘merito’, ma bloccate dal 2011. Bloccati fino a tutto il 2015 rimarranno gli scatti stipendiali triennali attribuibili a quanti conseguono una valutazione positiva del complessivo impegno didattico, di ricerca e gestionale (18). A parziale compensazione di questo blocco, la legge stabilisce attribuzioni ‘una tantum’ per il triennio 2011-2013. Che, infatti, proprio in questi giorni sono in distribuzione secondo criteri di merito accademico e scientifico, a chi avrebbe ‘meritato’ lo scatto nel triennio bloccato (19). Ma, comunque, a non più del 50% del personale.
Questi ‘premi di consolazione’, oltre a essere legati in alcuni Atenei a criteri del tutto impropri (ad esempio, l’uso delle valutazioni VQR che, come è ampiamente noto, non sono finalizzate all’accertamento del ‘merito’ individuale), sono stati resi possibili grazie a un grazioso gioco contabile: i fondi per le premialità provengono infatti dallo storno di risorse già stanziate, «senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica», secondo il leitmotiv della legge Gelmini (20).
E in generale, mentre – come ricercatori, dipartimenti, università – di ‘merito’ non se ne accumula mai abbastanza, i premi promessi sembrano decisamente modesti e non proporzionati all’impegno necessario ad ottenerli ed erogarli.
Anche i complicati esercizi MIUR/ANVUR finalizzati a ‘premiare’ le università ‘virtuose’ generano ricompense ambigue. Mentre i costi e gli oneri organizzativi della valutazione sono sicuramente elevati (si pensi alla sola VQR, i cui costi pare si aggirino intorno ai 300 milioni di euro)(21), in un regime di risorse continuamente decrescenti la quota premiale relativa si è di fatto trasformata in una quota punitiva. Grazie ad essa, gli Atenei più meritevoli al più riescono a mantenere approssimativamente invariate le risorse. Per gli altri il ‘premio’ ha la sola funzione di calcolare quante risorse sottrarre (22).
Insomma, nella nuova università valutata, il concetto di ‘premio’ – vale a dire ciò che si riceve come ricompensa, in riconoscimento di meriti, in determinate circostanze, o per particolari risultati produttivi, ma che ovviamente si aggiunge, non sostituisce, né decurta l’ordinario – è stato completamente stravolto, e convertito nel principio pedagogico volgarmente detto il bastone e la carota, dove il bastone picchia ogni giorno e la carota – quando c’è – vale come il pranzo di Natale dei tempi andati, a compensare la fame di tutto un anno.
Benefici incerti provengono inoltre anche dalla procedura di abilitazione scientifica nazionale 2012-2013 (e che alla fine del 2014 non è ancora conclusa), i cui costi sono stati stimati invece in circa 126 milioni di euro (23). In questa cifra non sono però inclusi i costi sostenuti dall’ANVUR, le risorse usate dai candidati per documentare intere vite di lavoro né, ovviamente, il totale dei costi – quelli sostenuti dai ricorrenti, quelli della macchina giudiziaria, più i costi delle abilitazioni ripetute e l’ammontare di eventuali danni – generati dall’enorme mole di ricorsi derivante, fra le altre cose, dalla scarsa precisione e competenza con cui sono state gestite le procedure. Insomma, stabilire il ‘merito’ di ognuno degli abilitati (compresi quelli giudicati dalle ‘non-commissioni’ ma, in questo caso, forse faremmo meglio a preoccuparci di quanto noi tutti rischiamo di pagare per i ricorsi dei ‘non-abilitati’) è costato e costerà molto alla collettività.
Un merito acclarato a tanto caro prezzo ha, però, limitate speranze di essere premiato, almeno nell’immediato. Siamo in regime di turnover bloccato (al 20% per il 2013, al 50% per il 2014 mentre, nelle previsioni, soltanto nel 2018 torneremo – ma sarà poi vero? – al rapporto 1:1 tra chi va in pensione e chi viene assunto). Inoltre, la scarsità di ‘punti organico’, che sono legati a ‘virtù’ residenti puramente in indicatori finanziari, fa prevedere che l’assorbimento degli abilitati sarà piuttosto lento. Non a caso, le abilitazioni, che originariamente dovevano ‘scadere’ in quattro anni, ora ne ‘durano’ sei.
Concluderemo suggerendo che, probabilmente, discutere se l’agenzia incaricata di promuovere il merito sia o meno ‘meritevole’ è un esercizio che – se pur va doverosamente affrontato nelle sedi opportune – va rapidamente superato nella vita quotidiana delle comunità scientifiche. Da troppo tempo ci stiamo dividendo fra i partigiani (della sua insipienza o della sua infallibilità) e i possibilisti. Da troppo ci stiamo spiando fra noi, alla scoperta di chi è più o meno meritevole, ed è facile prevedere che – così come le sanguinosissime abilitazioni – anche la distribuzione degli scatti stipendiali e la SUA-RD lasceranno sul terreno molte vittime, fra amicizie distrutte, perdite di stima e reputazioni spezzate.
La ‘questione del merito’ sta diventando così centrale nelle nostre vite perché la usiamo a livello individuale e sociale per placare la nostra ansia di dare un senso alle frustrazioni umane e professionali legate ormai al nostro lavoro. E se talvolta ci capita di pensare di meritare il nostro disagio perché non siamo abbastanza bravi, sicuramente ci è molto più comodo e usuale imputarlo ai nostri colleghi, quei dannati ‘fannulloni’ all’origine di tutta questa ira di dio.
Sarebbe ora che cominciassimo, invece, a considerare le nostrane istanze meritocratiche – parafrasando T. S. Eliot – come la carne di cui il ladro si serve per distrarre i cani mentre entra di soppiatto per svaligiare la casa. La nostra casa comune, l’università è, da molti anni, ogni anno svaligiata. E, per dirla con Marshall McLuhan – che amava citare Eliot – pensare che sistemi valutativi e ‘premiali’ come questi siano a guardia della sua ‘qualità’ è come pensare che la funzione dei ladri sia quella di cibare i nostri cani.

di Davide Borrelli – Università del Salento
e Marialuisa Stazio – Università di Cassino e del Lazio meridionale


1) Λ http://www.oecd.org/edu/Education-at-a-Glance-2014.pdf
2)Λ Secondo il Rapporto sullo stato del sistema universitario e della ricerca 2013 dell’ANVUR, (http://www.anvur.org/attachments/article/644/Rapporto%20ANVUR%202013_UNIVERSITA%20e%20RICERCA_integrale.pdf ): «Dal 2009, a seguito della riduzione del finanziamento alle università statali e all’introduzione di misure di contenimento del turnover, il numero dei docenti scende rapidamente portandosi nel 2013 a 53.459 (-14,8% rispetto al massimo del 2008), un valore inferiore a quello del 2001. Data la relativa stabilità del numero degli iscritti, il calo si è tradotto in una rapida crescita del rapporto studenti/docenti, risalito a circa 32 nell’ultimo biennio»; p. 221.
3) Λ Cf. Lettera aperta del Cun sulla legge di stabilità, 15 ottobre 2014.
4) Λ Legge n. 240 del 30.XII. 2010, art. 16, comma 3, lettera f-h; DM 76 del 7 giugno 2012, art. 8. c. 2, lettera b.
5) Λ La sentenza, essendo di primo grado, è suscettibile di appello dinanzi al Consiglio di Stato. In ogni caso, mentre  attendiamo l’esito dei contenziosi, eventuali condanne al risarcimento o segnalazioni alla Corte dei Conti per gli extracosti, ci pare si possa sin d’ora parlare di errore nella composizione delle commissioni e di vulnus alla affidabilità delle procedure. In altre parole, un giudizio politico e culturale sulla vicenda è possibile di là dai suoi esiti giudiziari.
6) Λ Il Consiglio di Stato ha ritenuto di sollecitare il TAR, pur non sospendendo l’esecutività degli atti impugnati in primo grado dal ricorrente. Ciò vuol dire che le ragioni del ricorrente non sono state né accolte né respinte, mentre il procedimento è tuttora in corso. Tuttavia ci pare incontestabile che il prof. Federico Varese, come del resto appare nel sito del Dipartimento di Sociologia dell’Oxford University, risulti ‘Professor of Criminology’ ed esperto studioso di crimine organizzato, corruzione, storia criminale del Soviet, e dinamiche del comportamento altruistico (cf. http://www.sociology.ox.ac.uk/academic-staff/federico-varese.html).

7) Λ Legge n. 286 del 24.XI.2006, art. 2, comma 140, lettera a.

8) Λ http://www.anvur.org/attachments/article/253/mediane_spiegate_definitivo_14_settembre_2012.pdf
9) Λ http://www.phenomenologylab.eu/index.php/2012/09/abilitazione-dossier/
10) Λ http://www.timeshighereducation.co.uk/421723.article

11) Λ Tanto cruciali da porre molto seriamente il problema di se, come e perché una agenzia  come l’ANVUR diretta da nominati “con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Ministro” (art. 8, comma 3 del ‘Regolamento concernente la struttura ed il funzionamento dell’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca’), possa valutare il sistema  universitario e della ricerca senza essere – a sua volta – essere oggetto di alcun tipo di valutazione oltre a quella ‘politica’.

12) Λ ANVUR, Rapporto sullo stato del sistema universitario e della ricerca 2013, cit., p. 161.

13) Λ http://www.oecd.org/edu/Education-at-a-Glance-2014.pdf

14) Λ http://www.crui.it/HomePage.aspx?ref=2224

15) Λ ANVUR, Rapporto sullo stato del sistema universitario e della ricerca 2013, cit.: «Nel 2013 il picco dei reclutati a inizio anni ottanta appare ormai riassorbito e si osserva una netta riduzione del peso delle giovani generazioni. Questo processo è dovuto, da un lato, alla recente riforma del reclutamento che ha posto i ricercatori a tempo indeterminato in un ruolo a esaurimento con il conseguente blocco del ricambio generazionale, e dall’altro, alle misure di contenimento del turnover che hanno favorito un incremento del peso del personale non strutturato, come ricercatori a tempo determinato, borsisti e soprattutto assegnisti di ricerca», p. 237.

16) ΛANVUR, Rapporto sullo stato del sistema universitario e della ricerca 2013, cit., pp. 156-7.

17) Λ http://ec.europa.eu/eracareers/pdf/final_report.pdf

18) Λ Legge 240/2010 – ‘legge Gelmini’ – art. 6 comma 14.

19) Λ art. 29 comma 19 e relativi decreti attuativi della 240/2010.

20) Λ In pratica, per il 2012 e 2013 – secondo l’art 29 comma 19 della 240/2010 (legge Gelmini) – la copertura di 50 milioni di euro per ciascuno degli anni proviene – ‘parzialmente utilizzando l’accantonamento relativo al Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca’ – da una corrispondente riduzione delle proiezioni dello stanziamento del fondo speciale di parte corrente per l’anno 2012, iscritto ai fini del bilancio triennale 2010-2012. I 18 milioni di euro destinati al premiare i meritevoli del 2011 derivano da una corrispondente riduzione delle quote di spesa annuali determinate dalla legge  finanziaria di quell’anno.

21) Λ http://www.issirfa.cnr.it/download/Articolo%20Paradoxa%20Baccini-Coin-Sirilli.pdf

22) Λ Il conseguente ‘effetto Matteo’ si annuncia ancora più pesante per il 2014, proprio per l’incremento della quota premiale, bruscamente portata al 18%, cfr.  http://www.crui.it/HomePage.aspx?ref=2224

23) Λ http://www.issirfa.cnr.it/download/Articolo%20Paradoxa%20Baccini-Coin-Sirilli.pdf

Valutazione e sociologia della sociologia

Una comunità di sociologi dovrebbe ricordare che, come Bourdieu ha brillantemente argomentato nella sua teoria del ‘campo di produzione culturale’, ‘valutati’ e ‘valutatori’ vanno situati nelle lotte di potere del loro campo. Essi, differenziati per risorse e caratteristiche sociali, si scontrano infatti per conservare o trasformare – attraverso la ristrutturazione delle gerarchie, delle polarizzazioni, delle principi di inclusione e di esclusione – la configurazione del campo stesso.
Sottacere la valenza ‘politica’ delle valutazioni, abbracciando l’ideale di un impossibile astratto riconoscimento del ‘valore scientifico’ – o , peggio, della ‘cultura della valutazione’ – ci fa dimenticare che valore scientifico e cultura della valutazione sono (come d’altronde ogni altra forma della nostra ‘realtà’) costruzioni sociali radicate in specifici rapporti: di potere, di produzione. Per quanto riguarda in particolare il ‘valore scientifico’ che questa ‘cultura della valutazione’ vorrebbe assegnare ad alcuni e negare ad altri, basterebbe ricordare che, come anche Edgar Morin ci ricorda: ‘Sarebbe troppo ingenuo, soprattutto per un sociologo, raffigurarsi la sociologia come una scienza pura, separata da interessi e passioni sociali, svincolata in qualche modo dalle realtà sociologiche’ (E. Morin (1984), Sociologie ; trad. it. 1985: 69).
E, in ogni caso, questi concetti vanno situati non solo nel ‘campo’ accademico disciplinare e in quello più ampio della produzione scientifica accademica ma, anche, in quello ancora più vasto della nostra società e del momento storico, politico ed economico.
Quindi la ‘cultura della valutazione’ andrebbe declinata in relazione ai ‘campi’ di applicazione.
Valutare chi (o cosa ), valutare perché ?

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